Castel Gandolfo, November 18, 2005
To the First International Conference of Communion and Law
Chiara Lubich - Founder and President of Focolare Movement
I am happy to send my greetings and best wishes to all of you, scholars and professionals in the field of law and justice, gathered at Castel Gandolfo to explore the theme of the “relational nature of law” and to understand the role of fraternity within it.
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Castelgandolfo, 18 novembre 2005
SESSIONE DI APERTURA
Riflessioni su fraternità e diritto
Fausto Goria - professore di diritto romano,
Università di Torino
Il diritto, secondo una concezione largamente diffusa e certo un po' semplificatrice [1] , ha come fine la permanenza ordinata di un gruppo e, al suo interno, la pacifica coesistenza dei soggetti che lo compongono, in modo che siano ridotti al minimo, e rapidamente risolti, i conflitti fra loro.
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Castelgandolfo, 19 novembre 2005
SESSIONE DI DIRITTO PRIVATO
Relazioni giuridiche e fraternità
Oscar Eduardo Vazquez, Magistrato e docente di diritto processuale civile, Università del Congresso – Mendoza – Argentina
Il titolo del nostro convegno richiama la relazionalità nel diritto.
Per affrontare questo argomento non si può certo prescindere dal diritto privato, che per natura propria è campo privilegiato dei rapporti che nascono nell’esperienza quotidiana, e si esprime in regole che cercano di fondarli nella dimensione della giustizia. I rapporti tra le persone danno poi vita a un gruppo, a una comunità.
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Castelgandolfo, 19 novembre 2005
SESSIONE DI DIRITTO PRIVATO
Elementi di fraternità nel diritto d’impresa
Amy Uelmen, Direttore dell’Istituto di religione, diritto, etica forense,
Scuola di Legge Fordham University – New York – U.S.A.
Se volessimo identificare
l’ostacolo più arduo verso lo sviluppo della fraternità come categoria
giuridica nel campo del diritto impresa, lo potremmo indicare nel potere delle
grandi multi-nazionali, spesso di origine USA, e nel fatto che sembra
focalizzino unicamente l’attenzione sul generare profitti, escludendo altre
mete e valori. Infatti, ciò sembra
intrinseco alla struttura del diritto societario. E’ la famosa frase di un vincitore del Premio Nobel in economia,
Milton Friedman: “l’unica responsabilità sociale di una ditta è di generare
profitto.”
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Castelgandolfo, 19 novembre 2005
SESSIONE DI DIRITTO PRIVATO
Collegialità nella gestione d’impresa
Mario Spreafico, commercialista - Italia
Nell’ambito del diritto societario italiano, un argomento di estremo interesse, sia nella precedente normativa che nella nuova versione adottata dal D. Lgs. 17 gennaio 2003 n. 6 e D. Lgs. 6 febbraio 2004 n. 37, è quello che riguarda il metodo collegiale con cui l’organo amministrativo, costituito come Consiglio d’Amministrazione, agisce.
Quatraro, nel testo “Le deliberazioni assembleari e consiliari” (), identifica come prioritaria, tra le funzioni che la dottrina assegna all’organismo, quella che fa riferimento ad una “...amministrazione ponderata, unitaria e responsabile della società ...”. (Calandra Buonocore).
Convengo con l’illustre Autore che la definizione sintetizzi in maniera sufficientemente esaustiva le funzioni che il Consiglio di amministrazione è chiamato ad assolvere, in ciò confortato anche dall’esperienza della mia diretta partecipazione a Consigli di amministrazione, cui sono chiamato per ragioni di ufficio: tuttavia, a mio parere, tale definizione, per quanto apparentemente completa, manca di anima, di tono.
Come noto il Consiglio di Amministrazione rappresenta il pool di persone preposte alla conduzione della società, sia per quanto attiene l’aspetto più esecutivo, (attuazione delle delibere di assemblea) sia quello più propositivo, (predisposizione e proposizione della politica societaria).
L’organismo collegiale assolve tali compiti non utilizzando la semplice somma di idee dei suoi membri, o le capacità funzionali proprie di ciascun consigliere, pur coordinati tra loro, dall’ufficio di Presidenza.
Se ben guidato ma soprattutto, se ben cosciente della propria funzione “collegialmente responsabile”, il Consiglio di Amministrazione realizza, proprio attraverso la sua tipica attività collegiale, quell’osmosi culturale e quella dialettica di pensieri e di opinioni che non solo favorisce la crescita e l’arricchimento reciproco dei propri membri ma meglio persegue, attraverso tale gestione ponderata, unitaria, responsabile, i fini istituzionali dell’Ente cui l’organismo è preposto.
Come si realizza, però, questo “salto di qualità” nell’attività collegiale, quel “qualcosa di nuovo” che qualifica il Consiglio di Amministrazione? Come questi prende coscienza dell’importanza e del significato della collegialità nell’esercizio della propria attività, e le assegna un ruolo essenziale nel proprio agire?
A mio avviso, tutto deriva dalla capacità, all’interno del Consiglio, di attuare:
- un “ascolto reciprocamente disponibile”, aperto cioè, ad accogliere, apprezzare, il pensiero altrui, anche se diverso dal proprio, a non prevaricare l’altro, a rispettarlo, recependo la diversità quale fonte di ricchezza di pensiero, e di orientarsi così, appunto collegialmente, al bene dell’ente gestito;
- la piena condivisione degli obiettivi prefissati, che non possono essere limitati al bene dell’Ente ( e, correlativamente, dei soci) ma anche alla metodologia con cui tale bene può essere perseguito, senza ledere gli interessi degli “stakeholders”, cioè di tutti i portatori di interessi che comunque gravitano attorno all’economia dell’Ente
Il Consiglio di Amministrazione, all’interno del quale si crea questo clima di ascolto e rispetto quasi familiare, ed in cui si sviluppa quella volontà comune di ben fare “collegialmente”, diventa veramente un ambito fraterno, portatore di una forza vitale, propulsiva per l’azienda e della comunità di riferimento e, nel rispetto dei ruoli, anche gerarchici, si arricchisce di una nuova spinta, quella dell’unità, che non significa certo sincretismo dei pensieri, ma composizione organica e sinergica degli stessi.
Allora è con una ottica nuova che ciascun consigliere espleta il proprio mandato.
Ne ho avuto personale riprova durante la mia partecipazione, che dura tuttora, al Consiglio di Amministrazione di E di C spa.
Al momento della nomina dei vari membri, si poteva ragionevolmente temere qualche difficoltà operativa: dieci persone provenienti da ambiti, anche lavorativi, diversi, con diverse esperienze professionali e che mai avevano operato/lavorato assieme, non si presentavano certo come un gruppo di facile gestione. Tuttavia la tensione che ci accomunava, quella passione per l’Economia di Comunione, ed il mandato che avevamo ricevuto, quello di essere “operai” per l’edificazione del Polo, ci sembravano motivi e mezzi sufficienti per superare ogni possibile ostacolo che poteva manifestarsi almeno nei reciproci rapporti.
Ciascuno di noi sa per esperienza che spesso anche la condivisione di ideali può non essere sufficiente a superare le divergenze di vedute, nella vita pratica, nella quotidianità dell’agire, anche solo per il “come” perseguire il “target” prefissato.
Avevamo però, un’arma vincente, quella di voler portare avanti l’obiettivo in forma collegiale, (unitaria, diremmo) dando spazio al pensiero ed anche agli interrogativi di ciascuno, raccolto e coordinato dall’ufficio di Presidenza.
Non sono mancati momenti difficili, in cui lo stesso Presidente ha dovuto ricordare sia la funzione cui ciascuno di noi era chiamato, sia la necessità che il tutto si svolgesse in maniera ordinata e con il più ampio rispetto non solo reciproco, del pensiero di ciascuno, ma anche della funzione che stavamo svolgendo e, soprattutto, della collegialità/unità fraterna, appunto, con cui dovevamo operare.
Ci ha aiutato molto il ricordarci, all’inizio di ogni seduta di consiglio, che cosa eravamo stati chiamati a fare, il perché ed il metodo – per dirlo laicamente, collegiale – che dovevamo adottare.
E’ stato, ed è tuttora, un’esperienza importante, ritengo per noi tutti, e per me, professionalmente illuminate ed arricchente.
Un pensiero, tuttavia, mi è spesso ritornato alla mente. Assisto sovente le piccole e medie imprese nelle problematiche connesse al così detto passaggio generazionale: l’esuberanza dei giovani e la riflessiva operatività dei “vecchi” devono essere composte ad unità.
Talvolta sono chiamato proprio dai gruppi familiari a far parte di un Consiglio di Amministrazione; ricordo uno, in particolare, in cui erano presenti due fratelli ed avevano deciso di darmi la carica di presidente del CdA: sembrava un intervento facile, quello di far emergere una “collegialità fraterna”, ed invece così non è stato, anzi!
Questo mi ha ulteriormente rafforzato nella convinzione che la fraternità, cui si vuole improntare la gestione collegiale, non è (solo) quella che deriva dalla consanguineità ma, come dicevo, proprio dall’educazione quasi quotidiana all’“ascolto reciprocamente disponibile” ed alla piena “condivisione degli obiettivi prefissati”: tecnica di comportamento e prassi che, oggi, non possono essere contenute in una specifica norma legislativa, ma potrebbero essere suggeriti dalla norma come impegno, avente pari dignità – ed efficacia – della norma che spesso viene richiamata in merito alla “ buona fede “.
Oggi, nei Consigli di Amministrazione cui partecipo, cerco di suggerire, con le parole e le formule che ritengo più adatte alle singole circostanze, questa metodologia di lavoro comune.
La necessità, da una parte, del rispetto dei ruoli, delle gerarchie e, dall’altra, di dare spazio anche alle idee nuove, senza manifestazioni di autoritarismi, mettono a dura prova le parti: in questa composizione di ruoli e pensieri, ricordo sempre il richiamo ad un fine comune, ed alla necessità di una manifestazione “collegiale”ed unitaria delle decisioni assunte: unità che, poi, “…nel suo versante sociale si chiama fraternità, categoria di portata non più solo cristiana, ma universale…”
Lo sforzo, vi assicuro, vale la pena: ne esce un Consiglio di Amministrazione rafforzato, che poi dà anche fiducia al gruppo sociale che ad esso fa riferimento, creando ulteriore unità di forze per il bene comune.
B. Quatraro e altri-“Le deliberazioni assembleari e consiliari”- pag. 952. Cap. 19.3. “La funzione del metodo collegiale”, in cui l’Autore ricorda altre esigenze, quali ad esempio (i) confronto delle opinioni in funzione di una maggiore ponderazione delle decisioni consiliari (Abbadessa, Borgioli, Allegri); (ii) la solidarietà della responsabilità di tutti gli amministratori (Borgioli); (iii) la gestione unitaria della società (Zanarone);
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Castelgandolfo, 19 novembre 2005
SESSIONE DI DIRITTO PRIVATO
L’istituto dell’adozione e la realtà sociale brasiliana
Munir Cury, magistrato, membro della Commissione di redazione dello Statuto del bambino e dell’adolescente - Brasile
1. La realtà sociale brasiliana. Negli ultimi anni, il Brasile appare sugli elenchi internazionali come uno dei paesi con più alta concentrazione di redditi, il che significa che si perpetua il gigantesco abisso tra la base e il vertice della piramide socioeconomica. Si sa che non è semplice definire il concetto di miseria, nemmeno distinguerlo di quello di povertà, ma gli specialisti sono riusciti a tracciare due grandi linee a fini statistici. Una è la linea di povertà, sotto la quale starebbero le persone il cui reddito non è sufficiente per coprire le spese minime per il mantenimento della vita umana: alimentazione, abitazione, trasporto e vestiario, in un scenario dove l’educazione e la salute sono garantite degli organi ufficiali. L’altra è la linea della miseria, determinata da quelli che non riescono a garantire nemmeno la necessità primaria, cioè l’alimentazione. Nel caso del Brasile, il 31,27% della popolazione si trova sotto la linea di povertà. Circa il 20,37% degli abitanti è nella situazione che si definisce come indigenza o miseria.
Questi concetti e dati statistici esprimono la realtà sociale brasiliana, fortemente segnata dall’esodo rurale e dal conseguente processo di urbanizzazione. Ecco perché ricerche recenti indicano che, nell’ultima decade, la popolazione delle “favelas” è aumentata ad un ritmo quasi tre volte superiore alla media brasiliana; cercando di identificare i fattori responsabili per questa crescita della popolazione, i ricercatori hanno concluso che la ragione principale è stata l’aumento della fecondità, seguito dalla migrazione interna.
Povertà, miseria, basso livello educativo, mancanza di informazione ed alto tasso di natalità sono alcuni dei fattori che aiutano a capire il contesto socio-famigliare brasiliano e l’istituto dell’adozione.
2. Famiglia e adozione. La coesistenza di questi forti contrasti – pochissimi ricchi che convivono con milioni di poveri o miserabili – mi ha sempre accompagnato e scioccato, generando una profonda indignazione nel corso della mia carriera di Procuratore. E’ stato nel quotidiano della mia attività professionale, nel contatto con le parti del processo che mi cercavano oppure nell’attuazione istituzionale, che ho costatato il fatto che migliaia di genitori perdevano i loro figli soltanto a causa della mancanza di risorse materiali; questi venivano indirizzati a orfanotrofi o famiglie supplenti, senza una ricerca più approfondita sulle reali condizioni famigliari, emozionali o affettive.
Dinanzi a questo quadro che poco a poco suscitava l’esigenza di cambiamenti nella legislazione, l’Assemblea Nazionale Costituente ha sollecitato il mio contributo per la redazione del capitolo riguardante la famiglia, il bambino e l’adolescente; è così nato un piccolo gruppo, di cui ero il responsabile, che ha elaborato il testo approvato alla fine dal Presidente della Repubblica, che consacra fra l’altro il diritto alla convivenza famigliare.
Data la necessità di revisione della legislazione infra-costituzionale e per il mio lavoro precedente, sono stato invitato dal Ministero di Giustizia a proporre dei cambiamenti legislativi; questo lavoro ha provocato una sorprendente mobilitazione nazionale, posteriormente identificata dal relatore del progetto di legge presentato al Senato Federale come una inedita raffica civica. La mia partecipazione personale e quella del gruppo da me guidato nell’elaborazione del testo della legge siano state ampie e avvolgenti, prevedendo innumerevoli istituti giuridici e nuove modalità di intervento, ma per il momento ci interessa il tema famiglia e adozione. La convivenza con la povertà e l’ingiustizia che prima provocava e giustificava la perdita del autorità parentale, ci ha offerto l’opportunità di inserire espressamente nella legge la determinazione che “la mancanza o inesistenza di risorse materiali non costituisce motivo sufficiente per la perdita o sospensione della patria potestà”, e, non esistendo altro motivo oltre la povertà, il bambino sarà tenuto dalla sua famiglia di origine, che verrà inclusa nei programmi ufficiali di sostegno. La necessità di tale previsione legislativa è stata posteriormente confermata dalla giurisprudenza dei nostri tribunali, che hanno evidenziato ripetutamente che “la regola ha lo scopo di proteggere i genitori poveri ma diligenti nella cura dei figli. Ha come obbiettivo sostenere quelli che lottano con difficoltà spesso estreme, ma che non desistono dal tenere presso di sé i figli. Tutela l’interesse dei poveri nel custodire la prole, quando questo interesse viene manifestato dall’anticonformismo di chi non si accomoda, di chi non si sottrae ai tentativi di proporre una vita più degna ai figli, di chi accetta gli orientamenti e le opportunità che devono necessariamente venire offerte dagli organi di assistenza sociale.”
3. Adozione internazionale e programmi sociali. C’è stata un’epoca nel nostro Paese in cui l’adozione internazionale purtroppo si confondeva con il traffico di bambini, coinvolgendo persone, entità e perfino autorità, e generando un’atmosfera di speculazione, insicurezza, incertezza, sfiducia e, non raramente, coinvolgimento criminale. Nonostante il mio intervento personale e quello del gruppo da me orientato abbia fissato nella legge delle regole precise e rigorose riguardo l’adozione di bambini brasiliani da parte di coppie non residenti nel territorio nazionale, ho sempre alimentato il desiderio che i paesi coinvolti eliminassero le loro frontiere e promovessero la fraternità tra famiglie e popoli. In questo senso, senza dimenticare le cure e l’attenzione meritate dall’adozione internazionale anche nel periodo post-adozione, ancora nell’anno 1995 ho rappresentato il Governo dello Stato di San Paolo in un processo di solidarietà a distanza tra la Prefettura della città di Milano e la Segreteria di Assistenza e Sviluppo Sociale dello stesso Stato, con lo scopo di sostenere economicamente e accompagnare genitori e figli nel loro sviluppo ed emancipazione sociale. Dal 2002 rappresento in Brasile l’ONG italiana Azionei per un Mondo Unito – AMU, che ha come scopo la promozione di programmi di cooperazione internazionale nei paesi emergenti con spirito di solidarietà e puntando alla fraternità universale, compresa l’adozione di bambini brasiliani da parte di coppie italiane e l’impianto di 17 progetti sociali installati in 11 Stati del nostro paese.
Quello che possiamo costatare è che in Brasile le adozioni si stanno riducendo intorno al 19%, secondo i dati dei Tribunali di Giustizia e dei Tribunali dei Minorenni. Un esempio è uno degli orfanotrofi della capitale di San Paolo che sette anni fa accoglieva 400 bambini, mentre nel 2004 ne aveva 240, dei quali soltanto in 6 disponibili per l’adozione. Lo stesso si può dire riguardo l’adozione internazionale, il cui numero è in crollo, tanto che a San Paolo, che raggiunge il 47% delle adozioni internazionali, mentre nel 1994 c’erano stati 410 casi, nel 2003 soltanto 210. Tra le cause di questa diminuzione c’è l’aumento della rete pubblica di assistenza e protezione alla famiglia biologica e, certamente, i programmi sociali di sostegno a famiglie, bambini e adolescenti.
4. Alternative all’adozione. Studi e ricerche recenti, realizzati in orfanotrofi che accolgono bambini nel nostro Paese, confermano e attualizzano i dati precedenti, dimostrando che “in più di 80% dei casi, questi bambini hanno famiglia, ma a causa della povertà, della violenza domestica o della dipendenza da droghe dei genitori, vengono privati della convivenza famigliare”. Queste statistiche mi hanno stimolato a trasformare in esperienze e progetti sociali un capitolo che io stesso ed il gruppo che ho guidato avevamo inserito nella legislazione, riguardo l’istituto giuridico dell’affidamento che presuppone “la prestazione di assistenza materiale, morale e educativa al bambino e all’adolescente” senza che ci sia la perdita dell’autorità parentale. In questo modo, assieme ad un’ONG, abbiamo sviluppato un programma di affidamento in due municipi demograficamente diversi, come alternativa al processo di istituzionalizzazione finché le rispettive famiglie non si fossero risistemate e potessero accogliere i bambini. Così accompagniamo e stimoliamo il progetto promosso della Regione Piemonte – Italia e il municipio di San Paolo “con l’obiettivo di sviluppare delle attività di diffusione di una nuova cultura di accoglienza e di protezione integrale all’infanzia in situazione di rischio personale o sociale, proporzionando sostegno alle famiglie di origine e promovendo la guardia famigliare”.
5. Conclusione. Pur essendo evidente che l’impegno maggiore va rivolto a trovare soluzioni perché i bambini possano restare nelle loro famiglie e nel loro Paese, l’esperienza quotidiana ha dimostrato che l’adozione non è un atto di generosità o compassione, e tanto meno di emozione o sentimentalismo, ma la manifestazione giuridica di un vincolo forte quanto la vita stessa. Da qui l’equiparazione alla filiazione biologica e alle sue decorrenze affettive, personali, famigliari, patrimoniali e di successione. Ricevo frequentemente delle lettere di coppie che hanno adottato bambini: sono dei veri documenti che rinforzano ancor più il mio impegno. Mi piacerebbe perciò chiudere questa esposizione riportandovi un breve stralcio di una lettera che ho ricevuto: “Renato ha ormai otto mesi, con i suoi primi dentini che spuntano, abbiamo già il certificato di nascita definitivo e ci stiamo muovendo nel senso di adottare un fratellino o una sorellina per fargli compagnia… Io e suo padre ci alterniamo nelle cure, vivendo e assistendo a questo spettacolo che Dio ci presenta attraverso di lui, ricordandoci della preziosità della vita umana… Con una mano lo tengo stretto al petto e lo ammiro, con l’altra mano scrivo. Faccio così per non lasciar passare la magia di quest’ora in sé eterna e intima.”
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Castelgandolfo, 19 novembre 2005
SESSIONE DI DIRITTO PRIVATO
La conciliazione quale metodo ordinario di risoluzione delle controversie
Antonio Caputo, notaio - Italia
Con l'acronimo ADR, la cui prima traduzione letterale è "alternative dispute resolution", si fa riferimento ai metodi di risoluzione delle controversie alternativi rispetto al ricorso all'autorità giudiziaria ordinaria. Tuttavia, è più corretto, conformemente alla dottrina più recente, attribuire alla lettera "A" il significato di amicable o ancor meglio appropriate, ossia risoluzione amichevole o appropriata della controversia.
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